Dario Gambarin e la Land Art
di Corona Perer
Castagnaro (VR) 30 aprile 2011 - Il trattore come pennello, campi d'erba come tela. A Dario Gambarin ci volle un'ora e mezzo di tempo per arare ...Obama. I network tv statunitensi diedero spazio a "The hope is in the land" (la speranza è nella terra), così l'appena eletto Presidente fece sapere di aver visto il gesto italiano che aveva richiesto 27 mila/mq di terra, svariate taniche di nafta e un trattore da 150 cavalli, uno dei tre mostri parcheggiati tra le attrezzature agricole della proprietà a Castagnaro, a poca distanza da Mantova.
Ma la performance mediatica rischia di mettere in secondo piano una storia d'arte sostanziosa e originale. Basta entrare nel cascinale per capire che dietro la Land Art c'è un artista che ha esposto in oltre 30 mostre personali in Italia e all'estero (America, Germania, Svizzera e Turchia), ovunque ottenendo riconoscimenti che in Italia pare stentino ad arrivare. Lo si potrebbe definire un Pollock italiano se non fosse anche questa un'etichetta inadeguata per chi non accetta di assomigliare a nessuno che non sia se stesso e afferma la libertà di essere "ragionevolmente folle".
Nello studio di Bologna, Gambarin dipinge volti, maschere di vita. Lo fa con una tecnica assolutamente anomala: non tocca la tela, la bombarda. Il risultato però non è informale: i volti emergono da un immaginario teatro della disperazione abitato dal colore. Chiedono udienza, impongono attenzione con la loro parola muta.
La tradizione dell'espressionismo astratto e dell'action painting di Jackson Pollock, Willem De Kooning, Jean Fautrier è in lui, ma Gambarin non ripete. Lui non copia, così come non indosserebbe mai abiti che non gli appartengono. La sua libertà creativa non accetta limiti, tantomeno etichette per un uomo che di indole appare abitato da un vulcano in eterna attività.
"La sua dimensione pulsionale è energetica. E Pollock diceva che l'artista moderno esprime l'energia, il movimento e le forze interiori. Dario Gambarin tematizza la propria dimensione esistenziale sul versante eccentrico e partigiano del gesto, della follia e della trasgressione come forme di conoscenza. Per lui, come per i teorici dell'antipsichiatria Basaglia, Cooper e Laing, la follia è l'altro dalla ragione, e alle follie della ragione è giusto opporre le ragioni della follia" ha scritto il prof. Alfredo De Paz (Alma Mater Studiorum).
Gambarin conferma con uno dei suoi aforismi. "L'arte comprende parzialmente la follia e la follia contiene la verità dell'Arte: totalmente".
Allievo di Emilio Contini all'Accademia delle Belle Arti di Bologna, cammina nel mondo dell'arte al riparo da galleristi e dallo star system. "Voglio rimanere libero di creare, di scegliere e di agire" dice. Così, a differenza di altri colleghi, spende poco del suo tempo per promuoversi. Preferisce l'odore degli acrilici e quello della nafta che si porta addosso dopo l'ennesima spennellata sul campo. E naturalmente l'odore della terra e dei raccolti, un profumo con il quale è cresciuto.
Veneto di nascita, laurea in giurisprudenza e una professione di avvocato abbandonata per amore delle lettere e delle belle arti, ha sulle spalle master e studi in psicologia. Suona il pianoforte, ha dipinto anche esibendosi musicalmente.
Ma il trattore è parte della sua vita, una parte importante. Lo guidava all'età di 5 anni: piccole manovre per aiutare il padre nei campi. A 7 anni arava da solo. Se oggi pratica la Land Art, scoperta in Germania, è perché a guidarlo è quel terzo occhio che ha saputo allenare da animale rurale. Il senso dello spazio respirato nelle proprietà di famiglia, in quella bassa padana dove l'occhio si perde nella pianura non trovando limiti fisici, si è riversato su una pratica artistica che ha del misterioso.
Perchè siamo andati ad incontrarlo? Perchè ci sembrava avesse molto da dirci su come l'arte stia riflettendo la compromissione del pianeta stretto tra cataclismi naturali e catastrofi umane. Lui non ci ha deluso.
Anzitutto va detto che ogni dipinto su erba è destinato a durare da qualche ora ad una settimana: è lui stesso a cancellarlo con la semina. Il campo agricolo resta tale.
Poi va detto che non si tratta di emulazioni analoghe ai cerchi su grano. "Io vado sulle erbacce, non spreco i beni della terra. Non farei mai scempio di ciò che può sfamare un villaggio" ci ha raccontato Gambarin in un assolato pomeriggio padano.
Infine va sottolineato che si tratta di azioni fulminee. "Devo agire con rapidità: la zolla di terra rimossa, assume nuances diverse, perciò il lavoro deve essere filmato immediatamente. Naturalmente c'è un bozzetto a monte, ma è il mio terzo occhio ad agire. E' come andare in terapia: apro la mia testa, la amplifico, vado su un campo ignoto, mi lascio trascinare, la mia visione del mondo viene portata nello spazio". Gambarin descrive queste azioni con impeto. Parla di una sorta di imperativo categorico che fa da spinta a qualcosa di pensato che resta aperto all'intuizione del momento.
Accade anche mentre dipinge, quando il suo gesto resta catturato dalla tela, ma sul trattore è diverso perchè il prodotto finale è precario e destinato a mutare "naturalmente". Nessuna misura oggettiva e nessun gps (come si potrebbe maliziosamente pensare) lo aiutano.
"I suoi segni sono calcolati e tracciati lungo un percorso predefinito. Roba da ingegneri" ha scritto il Sole24ore. In realtà a guidarlo sono l'intuito e un rapporto con la terra atavico. Sopra - semmai - c'è il ronzio del piccolo biplano che sorvola il lavoro con a bordo il fedele fotografo Luca Baldi il cui compito è di immortalare il lavoro finito. "Anche lui deve agire immediatamente, la terra muta colore man mano che si asciuga al sole" spiega Gambarin. Il 29 marzo scorso gli ci vollero due ore, tra cielo e terra per immortalare - dopo Obama e l'urlo di Munch - un urlo nucleare.
"E' l'urlo della terra. Dopo il disastro tuttora in atto della centrale nucleare di Fukushima niente sarà come prima. Io credo nella Terra. Libertà e dignità umana non possono prescindere da un buon rapporto con la madre natura". Questo simbolo che tutti oggi diamo per scontato racchiude al suo nucleo quello ideato e disegnato da Gerald Holtom nel 1958 fatto proprio dalla generazione hippy del '68. Guarda caso era il simbolo del disarmo nucleare, ma divenne l'inno del "fare l'amore non la guerra".
L'ultima performance di Gambarin ha girato subito il mondo, ma non era la prima volta. Oltre oceano le reti televisive fanno a gara per avere i suoi "lavori agricoli" che fa parte della Land Art. Ma per lui l'urlo nucleare è occasione per esprimere un pensiero forte e chiaro.
"Il nucleare? Potrebbe anche andarmi bene quel giorno che mi diranno che il sole non serve, che l'energia dell'acqua è inutile, che l'ingegneria idraulica non funziona e che l'eolico nella nostra ventosa Italia è energia inutile. Insomma abbiamo strade ben più importanti da percorre prima del nucleare che andrebbe usato solo in casi estremi" dice Gambarin che con le mani sempre in movimento indica l'Adige. Il fiume scorre incessante con la sua massa idrica e la sua costante velocità a pochi metri dal suo cascinale.
"Volete dirmi che questo ben di Dio non può essere convogliato in qualche turbina per la produzione lungo il percorso di energia idroelettrica?". L'urlo su erba è quindi in tutto e per tutto un richiamo. E le sue maschere sono specchio di un Io che chiede cittadinanza, ascolto e rispetto.
> Gambarin, l'uomo che fa parlare la terra
> Dario Gambarin su GIORNALE SENTIRE
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QUESTO ARTICOLO è stato PUBBLICATO DA SENTIRE 012 giugno-dicembre 2011 riproduzione riservata