2012 - A vent'anni dalla morte

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Il materiale d'archivio è stato donato dalla famiglia
al Mart: è il Fondo Michelangelo Perghem Gelmi.

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Michelangelo Perghem Gelmi, artista scomodo

di Corona Perer 

Scomodo, perchè sincero. Forse è anche per questo che continua a rimanere un alieno nonostante la sua indiscussa caratura artistica. Michelangelo Perghem Gelmi moriva vent'anni fa (era il 1 agosto 2012). Da allora una vera rilettura della sua opera non è stata ancora fatta e la famiglia -che ha donato parte dell'archivio al Mart - spera che ciò un giorno possa avvenire.

C'era nella sua arte il fascino indiscusso di Magritte ma anche un irrefrenabile guizzo Dada. Come artista Perghem Gelmi  portava dentro una lacerazione: era anche un costruttore, anzi un ingegnere che tutti chiamavano architetto proprio per il suo vezzo ad abbellire ogni opera. Infatti l'arte in lui aveva sempre il sopravvento anche quando agiva come progettista.

"Per mia inclinazione artistica non ho mai fatto l'ingegnere, ma l'architetto. Mi sembrava di essere più vicino all'arte sorella, la pittura, che ho sempre continuato a praticare da autodidatta".

Michelangelo Perghem Gelmi si raccontava così, ignorando che lo si sarebbe ricordato più come pittore che come ingegnere. Pittore, caricaturista, ingegnere-architetto. Diplomato all'Accademia di Belle Arti di Torino (dove si era laureato al Politecnico), consigliava ai giovani desiderosi di intraprendere gli studi pittorici di disegnare il più possibile.

"La personalità vien fuori con il continuo esercizio. Si incomincia imitando, copiando, imitando di nuovo e così si acquista e si affina la personalità che altrimenti non può venir fuori sfrondata da passioni e da impegni". Insomma: non ci si improvvisa artisti.

Ma anche la sua attività di progettista fu feconda (le Terme di Levico e Merano nascono da lui) e la sua estetica merita approfondimento. Racconta il figlio Mario che nei tardi anni ‘80 arrivò a dispiacersi di aver fatto l'ingegnere.

"Rimpiangeva gli anni sprecati (secondo lui) a progettare e costruire edifici, anziché dipingere" e lo descrive come un uomo affascinato dal mondo con gli occhi stupiti come quelli di un bimbo alle prese con le sue prime scoperte quotidiane.

Come progettista firmò i primi lavori nel 1938 con il Circolo Tennis di Trento dalle vetrate a rami d'albero. Nel ‘43 fu però richiamato alle armi e conobbe la prigionia. Disegnerà anche in cattività riprendendo la professione nel 1946 a Torino.

Nel 1948 si trasferisce in Argentina dove insegna all'Università di San Juan e lascia interessanti progetti. Al rientro a Trento, nel 1956, rielabora per conto della Regione le Terme di Levico. Dopo aver partecipato nel '57 al concorso internazionale per il "Memorial Fermi" di New York, vince il concorso per le Terme di Merano e le realizza.

E' ricordato come un uomo in costante ricerca, tenace, caparbio. Soprattutto autonomo, che segue il proprio percorso e non si cura se il suo agire sia alla moda e uniforme alla massa. Definito pittore ‘atipico' iniziò una rilettura dei grandi della pittura. Abitava in lui un certo gusto dada che lo rende originalissimo.

"Ho un grande rimpianto" afferma il figlio Mario. "Non aver fatto assieme a lui un viaggio nella sua pittura e nella sua professione, per capire a fondo le motivazioni e gli impulsi che lo muovevano. Frequentavo spesso lo studio di pittura magari per aiutarlo a preparare mostre, ma non l'ho fatto con la necessaria intensità per andare oltre e capire la sua arte" confessa. Compito che, si augura sia il Mart a svolgere. 

Infine l'uomo.  "Mio padre era persona d'animo buono, anche se ai più incuteva timore e trasmetteva un'immagine un po' altera e forse persino superba. Ma era solo una scorza a protezione dalle cattiverie e per tenere a debita distanza gli approfittatori. Una maschera che indossò dopo cocenti delusioni in campo professionale da persone che credeva amiche".

Di indole schietta, non rinunciava a dire la sua, anche a costo di risultare antipatico. "La diplomazia non era il suo forte. Sono molte le lettere ai giornali locali in cui interviene su arte, traffico, urbanistica, senza risparmiare critiche dirette".

Insomma un intellettuale tormentato, ma vitale, sempre sospeso sulla duplice natura di costruttore e artista.





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