Vittorio Sella e le Alpi del Tirolo
di Floriano Menapace
"Durante l'escursione il nostro organismo concentra tutti i suoi sforzi per vincere la fatica della marcia, l'affanno del respiro, per superare gli ostacoli e evitare i pericoli. L'impressione favorevole del paesaggio, della posizione altissima, non si sente che alla fermata, anzi solo dopo un sufficiente riposo; solo allora lo spirito si risveglia alle più nobili e piacevoli emozioni" (V. Sella, 1943).Nel progetto di Vittorio Sella (1849-1943) di documentare le montagne di tutto l'arco alpino rimanevano ancora da riprendere quelle appartenenti all'impero Austro-Ungarico. Nella spedizione del 1887 fotografa le cime che stanno al confine con la Lombardia, il Gruppo dell'Ortles-Cevedale, il Gran Zebrù fino al Monte San Matteo.
Con la seconda spedizione del 1891, Sella si muove all'interno dei confini dell'impero lungo la frontiera con il Regno d'Italia. Sale nel Gruppo Adamello-Presanella per poi spostarsi a Molveno e soggiornare due giorni al rifugio Tosa nel Gruppo di Brenta. Rientra a Trento per poi partire per San Martino di Castrozza. Scala il Cimon della Pala, Punta Rosetta e la Pala di San Martino. Dal Passo Rolle scende a Predazzo da dove riparte verso la Valle di Fassa fino a Campitello. Il giorno successivo passa per Canazei per raggiungere il rifugio Fedaia e la vetta della Marmolada.Non ancora stanco di questa maratona raggiunge Bolzano e successivamente la Pusteria; ai primi di settembre, arriva a Cortina d'Ampezzo, dove, ultima scalata, sale sulla Tofana di mezzo.
Con la terza spedizione del 1893 fa base a Dobbiaco. Fotografa i gruppi montuosi del Grossklockner, sale sul Sonnblick dal quale fa parecchie riprese. Successivamente si sposta sul Grossvenediger per rientrare a Dobbiaco dove lo aspetta la moglie Linda anche lei provetta escursionista. Attraverso la Valle di Landro, infine, raggiunge la Forcella di Lavaredo per poi scendere a Cortina.
In questi suoi spostamenti usa il treno, le diligenze, carrozze a noleggio; per trasportare la pesante attrezzatura fotografica si avvale di suoi dipendenti e anche di qualche giovane parente; usa, occasionalmente, portatori locali e qualche guida alpina, ma spesso ne fa a meno data la sua eccellente esperienza alpinistica. Il suo equipaggiamento fotografico è costituito, fino al 1893, da una macchina da campo Dallmeyer modello Kinnear, in legno di mogano del formato di 30x40 centimetri. Questa macchina a soffietto, costruita in Inghilterra, pesa otto chili, è dotata di un robusto treppiedi, di due grossi obiettivi intercambiabili rifiniti in ottone ed, infine, di parecchi contenitori per conservare le lastre in vetro in perfetta oscurità.
Di tutti questi viaggi rimangono le negative conservate a Biella nel museo a lui dedicato. Altre notizie sono difficili da reperire perché Sella è persona di poche parole, estremamente sintetica, non tiene un diario, lascia qualche cenno delle sue escursioni nelle lettere ai parenti, negli scarni appunti autobiografici e, indirettamente, in qualche breve notizia che trapela dai libretti di rifugio e in quelli delle guide alpine. Vittorio Sella nelle sue tre spedizioni realizza ben 221 negativi.
L'imponenza della sua opera afferma una nuova visione del paesaggio che oggi dovremmo recuperare come modello. Ansel Adams ricorda in un articolo: "La sua composizione può apparire, a molti, severa, ma questa severità è veramente l'effetto causato dall'accuratezza e dalla sincerità delle sue sensazioni..." (A. Adams, 1946).
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