Tratto da "IL CUSTODE DEL SANTUARIO" (edizione 2002)

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Don Giulio Gaio dall'alto del suo Santuario

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soldato...

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...sacerdote

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Uomo di cultura e grande fede. In Seminario a Feltre
fu insegnante di Papa Luciani. Di lui diceva
"il bocia Luciani era un cannone"

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Il volume fotografico del 2002 sarà ristampato
a tiratura ancora una volta limitata e in
cofanetto da collezione

Don Giulio Gaio, piccolo grande sacerdote - di Corona Perer

(...) Viveva in una piccola cella monacale dove respirava già l'eterno nel desiderio autentico di vedere il volto del Signore , sentendolo presente e ardentemente desiderandolo. Diceva di avere con Lui un rapporto amichevole, fraterno. "Ghe oi ben, mi, al Paron Grando". Gli voglio bene io al Signore. È con Lui, in familiare e silenziosa conversazione che ha scritto le ultime pagine di vita, tenendo sempre una corona del rosario in mano da recitare in ogni momento libero.

Il Paron Grando decise di chiamarlo a sé nel gennaio del 1992. Solo qualche settimana prima gli aveva permesso di spegnere la centocinquesima candelina attorniato da pochi e intimi amici. Lo stato di salute era infatti già precario. Si congedò dalla sua città, che lo aveva sempre amato e che alla sua fonte aveva sempre potuto attingere copiosamente, promettendo solennemente che tutti i Feltrini sarebbero stati presenti nelle sue preghiere. "Mi impegno a ricordarvi" disse nell'ultima apparizione pubblica attorniato da una folla di concittadini che ormai lo venerava.

L'impegno sociale fu il tratto fondamentale di un sacerdozio al quale era stato destinato con ruoli da protagonista e durante il quale vide passare ben nove Papi. "Temperamento forte, carattere tenace, ricca personalità, spirito battagliero, straordinario educatore" ha scritto di lui l'amico Luigi Doriguzzi. Ma anche uomo di fede profonda.

Negli ultimi anni di vita la forzata rinuncia alla celebrazione della Santa Messa e alla recita quotidiana del breviario fu per lui una grande pena. La piccolezza dei caratteri di stampa del lezionario, divenuti illeggibili ai suoi occhi, glielo impediva.

La personalità di don Giulio mette in luce un prete ricco di spiritualità, ma anche dotato di animo battagliero e di una volontà ferrea con straordinarie capacità di intuito, abilità organizzative e decisionali, convinto com'era dell'importanza dell'impegno dei cristiani nel sociale.

Paterno, chiaro e semplice, lungimirante: un maestro sempre e per tutti, con il carisma eccezionale dei maestri. Figura sacerdotale di grande statura morale e straordinario educatore, svolse la propria attività apostolica con coraggio, convinzione e intraprendenza. E grande umiltà. Il suo motto era quello di Azione Cattolica: "Preghiera, Azione, Sacrificio".

Con decreto del Vaticano il suo adorato Santuario è stato elevato a Basilica minore. Proprio lui lo aveva strappato all'oblìo e alla rovina per trasformarlo in un centro di spiritualità. Recuperare, sistemare, ammodernare: per don Giulio erano queste le parole d'ordine e gli atti d'amore per un edificio che accusava il deperimento degli anni e l'incuria degli uomini. Un compito che svolse attraverso interventi intelligenti, autentico rispetto per l'arte, oculatezza e tenacia.

"Se i nostri avi hanno costruito il Santuario e i frati il convento, don Giulio ha realizzato il Centro di Spiritualità odierno" ha scritto don Giulio Perotto sul Nuovo Feltrino, il Periodico dell'Associazione Santi Martiri Vittore e Corona che all'indomani della morte dell'amato prete della Balilla, scelse di commemorarlo illustrando dettagliatamente quanto don Giulio aveva fatto negli anni con costanza e senza tanti clamori.

E la Basilica di San Vittore, testimone di secoli di fede cristiana sarà per sempre quello che lui sognava: luogo di preghiera e di incontro oltre che di formazione cristiana.

Quanta gratitudine don Giulio nutriva per il Paron Grando che gli aveva dato la possibilità di esserne il Custode! "Quassù ho veramente potuto pregare e dialogare con Lui" amava dire.

Al Santuario lo raggiungevano in molti: amici, collaboratori, confratelli e la folta parentela lamonese, della quale negli ultimi anni aveva potuto vedere la biblica quinta generazione.

"Ghe tegno a esser lamonat" diceva, ma era San Vittore la sua vera casa. Ogni qualvolta una nuova creatura andava ad aumentare il numero dei "Gaio" era un rito posare davanti al pozzo nel chiostro. L'ultimo nato, superati i primissimi giorni di vita, veniva condotto per essere presentato al "Barba", patriarca amato e benedicente che posava con autentico orgoglio. Anche la pietra sepolcrale che copre la sua tomba, posta nel cuore del Santuario innanzi all'altar maggiore (nella navata centrale) ricorda le amate origini: "Julius Gaio, lamonensis, Aulae et Domus Rector 1886-1992".

Un pasto frugale con un-bicchiere-uno di vino clinton, una mitica fetta di polenta sempre gradita al palato e cinque pipe al giorno preparate dalla solerte nipote Carolina: vivere era essenzialmente semplice per don Giulio. Ma le sue giornate non erano affatto vuote. Dall'alto del Santuario trascorse gli ultimi anni in intimo dialogo con il Signore al quale aveva un solo rimprovero da muovere: quello di averlo dimenticato.

"No iè altro che de ingombro sti ani" diceva, sottolineando che - fosse stato per lui - era indubbiamente più opportuno accelerare l'incontro con il Paron Grando. Basti pensare che già nel 1959 a 73 anni aveva steso il suo testamento spirituale, non immaginando che lo stesso Paron Grando gli aveva riservato altri trentadue anni di servizio (e di anticamera).

Chiamava autentiche miserie i titoli onorifici che aveva ottenuto negli anni. Nel 1936 fu nominato "Cameriere Segreto di Sua Santità", nel 1963 Protonotario Apostolico, successivamente ricevette un Attestato di Benemerenza del Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia con qualifica di Patriota. Fu Presidente Onorario dell'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) e Cavaliere di Vittorio Veneto. E nel 1986 gli arrivò anche il titolo di Cavaliere della Repubblica. "Tutte miserie", commentava. "Ghe sarà anche qualche carta del genere, ma confusa tra le altre, mi no ghe tegno a 'ste robe..." mi disse nell'intervista del 1986, per nulla intimorito dalle luci della televisione.

In quell'occasione stupì tutti quanti: si prestò infatti a farsi ritrarre nei momenti di raccoglimento e di preghiera, nelle attività quotidiane e mentre saliva sulla Balilla per quella che potrebbe essere stata una delle ultime esperienze al volante. Meta... il piazzale, pochi metri estremamente rappresentativi dei molti chilometri da lui percorsi. Dopodiché la Balilla era ritornata a riposare in autorimessa.

Lo intervistai tre volte: per i 100 anni, per i 103 e poi ancora per i 105 anni. Grazie a quegli incontri e grazie alla magia del mezzo televisivo don Giulio è entrato nella memoria collettiva con la sua Balilla, le sue galline, il canarino arancione, l'orto e la legna, la camera semplice e austera con la scrivania sempre piena di carte e di corrispondenza da "mettere fuori combattimento" come lui stesso diceva. La memoria si era fatta con il tempo più labile, ma non il rigore e la tempra di combattente, lui che di guerre ne aveva visto e vissuto due, lui che fu prigioniero e profugo.

Ai ricordi della Resistenza tornava volentieri e fino all'ultimo ha tenuto ben saldi i rapporti con i compagni ex-combattenti e con i cavalieri di Vittorio Veneto dei quali si onorava di far parte.

Resistere ed essere resistente. Tutta la sua vita fu resistere ed essere resistente. Resistente non solo al fascismo, ma anche in tutte le piccole grandi occasioni quotidiane nelle quali non smetteva di essere un instancabile educatore sempre pronto a difendere valori e ideali con il rigore morale e la coerenza che lo hanno sempre contraddistinto.(...)


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