
Lo sguardo di Oliviero Toscani si è spento
Lo ricordiamo nel progetto ''Razza Umana'', in confronto con il limite
di Corona Perer - Andy Warhol? Un alieno, quasi un marziano, un amico che è stato fondamentale per Oliviero Toscani e che lui ha ritratto in mille modi, anche in vestaglia.
Anche lui lo fu: un alieno."Cerco la vibrazione delle pupille dell'uomo" disse. Oliviero Toscani si è spento a 82 anni dopo una malattia che lo aveva piegato. Negli ultimi tempi con lo sguardo smunto e perso apparve a La7 in una intervista.
La carriera di Toscani (si parla ormai di 50 anni di lavoro) è stata costellata da magnifici fallimenti. Era lui a raccontarlo. Figlio d'arte - suo padre è stato il primo fotoreporter del Corriere della Sera - si è spesso confrontato con il limite e fallire era proprio confrontarsi con il limite.
Testimone, innovatore, capace di immaginare il futuro e di indagare i linguaggi del presente, Oliviero Toscani, faceva sempre notizia: come quando diede ai veneti degli ubriaconi. Suscitò un putiferio. E non si possono dimenticare anche le sue frasi choc, come quella pro-Benetton dopo il disastro di Genova ''Ma a chi vuoi che interessi se crolla un ponte?''. Certe cose purtroppo restano.
E quando parlò dei novax parlò di persone decerbrate, salvo nutrire negli ultimi mesi della sua vita il sospetto che la malattia che lo aveva colpito fosse proprio effetto del veleno, che lui (come molti altri), si era inoculato. Lui che per tutta la vita ha sempre gridato con le sue foto, non lo disse ma lo sussurrò: perchè certe cose ancora non si possono dire.
Conosciuto in tutto il mondo, col mondo ha sempre voluto confrontarsi. Parte presto dall'Italia per andare a New York e nella grande mela (sono gli anni '70) frequenta Andy Warhol. Gli bastano tre anni per confezionare il suo primo scandalo: fotografare il fondoschiena della modella Donna Jordan, divenuta nel frattempo sua compagna, per la celebre campagna di lancio dei jeans Jesus, con il claim "Chi mi ama mi segua": e chi mai avrebbe resistito a quella foto? Pochi sanno che fu proprio lui a suggerire il nome del brand al proprietario: "chiamali Jesus è un nome che funziona da 2000 anni, gli dissi" racconta nel video che introduce alla mostra.
"Lo sguardo è l’espressione dell’anima. L’unico e vero scopo dell’arte è la testimonianza della condizione umana. Mi sono sempre interessato all’imperfezione umana. Perché all’interno dell’imperfezione umana c’è tutta la creatività possibile, l’arte è il risultato della ricerca della perfezione, alla quale tutti aspiriamo. Mi commuovo di fronte all’unicità di ogni individuo e per questo fotografo gli esseri umani nelle molteplici espressioni. Lentamente ho tolto quello che si chiama reportage. Non c’è bisogno di fotografare la guerra per rappresentare il disastro che compie nella società. Basta guardare due occhi che ti guardano con terrore e capisci cosa è la guerra. Vorrei arrivare a togliere tutta la parte formale ed estetica della fotografia, tutto il virtuosismo dei fotografi che usano trucchi, filtri, colori, post-produzione, sto cercando di fotografare l’anima delle persone, ciò che non è possibile fotografare, l’impalpabile, che non ha una consistenza fisica, è impossibile fotografare l’aria che non sia costruita da un colore, un riflesso di luce, forse è più facile dipingere l’aria che fotografarla. Tuttavia credo che si possa fotografare l’anima attraverso lo sguardo degli esseri umani. L’anima nelle sue fattezze, grandezze, meschinità, bruttezze e bellezze più estreme. La mia ricerca è fotografare facendomi guardare dritto negli occhi».
Questo eterno ragazzo, se ne è andato a 82 anni. Nel 1973 aveva solo 30 anni, ma aveva già abbracciato la fotografia da almeno 10 anni.
Grazie agli studi a Zurigo con Johannes Itten - grande fotografo e preside della prestigiosa Kunstgewerbeschule - il baldo Oliviero si lancia a Barbiana e sarà lui poco più che 21enne a fotografare in bianco e nero don Lorenzo Milani nella sua rivoluzionaria scuola. Si può immaginare che anche quell'incontro gli abbia dato il timbro e contribuito alla sua "capacità di rivoluzione". E difatti è di lì a poco, nel '68, che immortala la stagione delle contestazioni studentesche.
Il successo arriva 5 anni dopo negli States con la campagna iconica del jeans, che spinse persino Pier Paolo Pasolini a prendere le sue difese, puntando il dito contro i moralismi dell'Italia ben pensante del periodo, non è per nulla casuale. Ed è frutto anche di quella sosta a Barbiana.
Il successo americano rappresenta la prima prova provata della forza creativa del suo fare fotografia in modo naturale. Lo spiega lui stesso nel video che permette un incontro ravvicinato con il suo essere "uomo di fotografia". Ne parla con naturalezza disarmante. "L'unico dovere dell'artista è essere quello che è". Ossia libero. Ecco quindi che la parola più bella è per lui "tabù". L'azione più divertente? Provocare.
"L'arte non ha etica, ed è proprio questa la sua etica" afferma Toscani indicando nell'arte la capacità (e anche il dovere) di farci capire le cose che non possiamo capire.
La mostra "Razza Umana" che fu ospitata a Castello di MIradolo a Pinerolo, era la ricerca che meglio rappresentava la sua spinta ossessiva. Lo disse lui stesso. "L'obiettivo era per me fotografare l'infotografabile, cioè l'anima". Guardando le sue immagini ci si gettava negli occhi dell'altro per saltellare tra gioventù e vecchiaia, splendore e decadenza, possibile e vietato (straordinaria la serie dei baci) e capire che dietro le sue più famose campagne, i suoi servizi di moda, c'è talento puro e persino inconsapevole. Voglia di provare e riprovare, fallire e rifallire.
C'era anche l'intento di mostrare il reale per quello che è come la moda che dimentica lo scandalo delle modelle anoressiche (ed è sua la campagna choc sull’anoressia). Che abbia lavorato con Chanel, Fiorucci, Prenatal, Benetton, comunque e sempre Oliviero Toscani è rimasto ...se stesso.
In certi casi è diventato persino concept del prodotto: basti pensare alle campagne dal 1982 al 2000 di United Colors of Benetton, dove emerge chiara e limpida la vis-sociale della sua fotografia che si orienta verso messaggi di pace e di tolleranza, senza dimenticare quella che oggi chiamiamo la cultura gender, e i problemi sociali (chi non ricorda i sui preservativi colorati contro l'Aids?).
Toscani è diventato un caso a sè della fotografia internazionale. Nel 1990 ha ideato e diretto Colors, il primo giornale globale al mondo, e nel 1993 ha concepito e diretto Fabrica - centro di ricerca di creatività nella comunicazione moderna - che è tornato a dirigere nel 2017. Nel 2018, per l’editore RCS Corriere della Sera, ha realizzato una collana di 40 volumi: Lezioni di fotografia di Oliviero Toscani. E in quella Svizzera dove avave mosso i primi passi è diventato a sua volta docente dell’Accademia di Architettura di Mendrisio, che ha contribuito a fondar e dove ha insegnato comunicazione.
Impossibile dare conto di quante testate lo abbiano avuto come reporter e fotografo di moda (Elle, Vogue, GQ, Harper’s Bazaar, Esquire, Stern, Liberation), ma c'è anche l'altro Toscani quello che discute di paesaggio, architettura, consumo del suolo, urbanistica a Radio Radicale. E c'è soprattutto l'artista libero che è stato osannato e criticato, che è stato esposto alla Biennale di Venezia, a San Paolo del Brasile, alla Triennale di Milano e nei musei d’arte moderna e contemporanea di tutto il mondo. Il suo autoritratto è esposto nel Corridoio Vasariano della Galleria degli Uffizi a Firenze.
Dei suoi premi e riconoscimenti accademici, delle sue lauree ad honorem dalla Universidad Autónoma del Estado de Hidalgo alla Università Delle Arti di Zurigo, probabilmente se ne fa un baffo. Quei baffi alla Gengis Khan che aveva quando capelli lunghi e jeans a zampa d'elefante sbarca nella New York della Beat Generation.
Bello, forte, invincibile.
(Corona Perer)
Autore: Corona Perer
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